LA GIORNATA MODIALE DELLE TARTARUGHE - Lustrica Diving
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LA GIORNATA MODIALE DELLE TARTARUGHE

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Oggi, 23 Maggio, si festeggia la Giornata Mondiale delle Tartarughe (World Turtle Day) istituita nel 2000 dall’ American Tortoise Rescue, una fondazione no profit dedicata alla salvaguardia di questi animali.

Ad oggi purtroppo tutte le tartarughe marine sono in pericolo: la loro più grande minaccia è costituita dalla plastica dispersa in mare. Fino a poco tempo fa si pensava che le tartarughe si cibassero dei sacchetti di plastica solo per la loro somiglianza con le meduse, uno dei loro cibi preferiti. Studi recenti invece hanno provato che ciò le attrae non è la forma ma l’odore: rimanendo per tanto tempo in acqua, la plastica viene ricoperta da microorganismi incrostanti e da alghe che le attribuiscono un odore simile al cibo.

Vogliamo quindi raccontarvi qualcosa di più su questi curiosi animali preistorici.

VITA DI UNA Caretta caretta

Giugno, la luna piena illumina la spiaggia di una calda notte estiva. Dei piccoli movimenti sotto la sabbia agitano il suolo e poi, eccole, migliaia di minuscole tartarughe comuni Caretta caretta escono in superficie. Come delle automobiline a carica compiono una corsa frenetica per raggiungere il mare, ma insidie e ostacoli le attendono durante il percorso. Oggetti di plastica, rami e detriti trasportati dall’acqua rallentano la loro impresa e ogni passo falso va a favore di gabbiani e altri predatori in attesa. Alcuni individui non ce la faranno, mentre i più fortunati riusciranno a raggiungere la battigia e ad immergersi nel mare aperto, per compiere una nuotata che durerà 24 ore consecutive. 

Il periodo buio: è la fase chiamata dagli esperti nella quale le nostre baby tartarughe vivranno in balia delle correnti, in continua lotta per la sopravvivenza. Infatti, ancora sono poche le informazioni che riguardano le prime fasi della vita di questi animali, ma si stima che solo una minima parte dell’intera nidiata diventerà adulto.

Le ritroveremo qualche anno dopo sulle coste dell’Atlantico a caccia di meduse e altri animali sospesi nel blu, spostandosi da zone di alimentazione (la dieta varia con l’età, tra meduse, piccoli pesci, crostacei e molluschi) a zone di svernamento, fino al raggiungimento della maturità sessuale. Si calcola che una tartaruga adulta debba raggiungere almeno i 70 cm di lunghezza e circa 24 anni di età per poter essere riproduttiva.

In tale condizione un’altra migrazione le attenderà, questa volta per trovare un partner ideale e, infine, raggiungere la spiaggia in cui sono nate per poter deporre le uova.

NATAL HOMING, IL RITORNO A CASA

Natal homing, così si chiama il meccanismo secondo il quale le tartarughe marine sono in grado di ritrovare la “strada di casa”: all’interno del loro cervello (come altri vertebrati marini migratori) possiedono dei cristalli di magnetite, un minerale sensibile al campo magnetico terrestre che funziona come un GPS per l’orientamento in mare. Si stanno ancora effettuando studi al riguardo, e alcuni scienziati ipotizzano che oltre al campo magnetico, le tartarughe siano in grado di memorizzare le caratteristiche chimiche delle spiagge natali. 

Eccole finalmente, stanche del viaggio e goffe nel trascinare i loro 100 Kg di peso sulla sabbia, alla ricerca del punto esatto dove deporre la loro prole. Dopo aver scavato una buca a forma di fiasco, depositeranno circa 100 uova grandi come palline da ping-pong, che verranno poi coperte e abbandonate. La madre tornerà in mare alla ricerca di un nuovi partner per produrre, se sarà fortunata, altre 2-3 nidiate nell’arco della stessa estate.

Le piccole uova rimarranno sotto la sabbia tra i 45 e i 70 giorni, e la temperatura del nido determinerà il sesso dei futuri nascituri. A 29°C nascerà pari numero di maschi e femmine, sopra questa temperatura nasceranno prevalentemente femmine, e al di sotto predomineranno i maschi. E così il cerchio si chiude: con una piccola escrescenza della bocca, chiamata dente da uovo, nuove baby tartarughe romperanno il loro guscio e dopo 4-7 giorni, in una calda notte estiva, emergeranno dalla sabbia per correre verso il mare. 

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LE TARTARUGHE, FOSSILI VIVENTI

Le tartarughe marine appartengono ai Cheloni, un gruppo di 250 specie tra esemplari terrestri e acquatici, originatosi ben 200 milioni di anni fa, periodo in cui la Terra era dominata ancora dai dinosauri. Questi animali, che non hanno modificato di molto le loro caratteristiche fisiche nel tempo, tanto da considerarsi dei fossili viventi, si classificano in testuggini, presenti sulla terra e nei corsi d’acqua dolce, e in tartarughe propriamente dette, che popolano mari e oceani del globo.

A queste ultime appartengono 7 specie distribuite nei mari tropicali e temperati: tartaruga liuto (Dermochelys coriacea), tartaruga comune (Caretta caretta), tartaruga verde (Chelonia mydas), tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata), tartatuga di Kemp (Lepidochelys kempii), taratruga olivacea (Lepidochelys olivacea), tartaruga a dorso piatto (Natator depressus). 

Sono caratterizzate da un guscio chiamato carapace, il cui numero delle scaglie e la loro distribuzione permette l’identificazione delle singole specie. Gli arti sono modificati, allungati, agevolando il nuoto a discapito della deambulazione terrestre. La testa e le zampe non sono retrattili come le loro cugine testuggini, mentre la bocca è caratterizzata da un becco corneo chiamato ranfoteca

L’occhio è caratterizzato da 2 palpebre cheratinizzate: solo le palpebre primarie sono mobili. La vista delle tartarughe marine è buona in acqua, dove riescono a discriminare colori, forme e luminosità, ma fuori dall’acqua sono praticamente miopi, distinguendo solo immagini confuse e si orientano solo grazie a contrasti di luminosità.

Le tartarughe marine hanno solo l’orecchio interno che è quindi responsabile dell’udito e dell’equilibrio

Nel Mediterraneo, sono state identificate ben 6 specie, sebbene la più frequente sia la tartaruga comune.

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tartaruga comune

Questa specie cosmopolita, diffusa anche negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano, si distribuisce lungo le coste di Turchia, Cipro, Libia, Grecia e Italia, prediligendo le coste del meridione e del centro, sebbene negli ultimi anni siano stati ritrovati centinaia di esemplari in Alto Adriatico.

E’ l’unica specie nidificante in Italia, in particolare nella Calabria ionica, in Sardegna e in Sicilia, dove nel 2020 sono stati individuati ben 60 nidi distribuiti lungo tutta la costa dell’isola. 

SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE

Tutte le tartarughe marine nel mondo sono considerate specie in estinzione, gravemente minacciate dalle attività antropiche, quali:

  • la pesca con le reti, dove rimangono intrappolate senza più risalire per respirare
  • le barche a motore, le cui eliche tranciano o feriscono gravemente i loro arti
  • lo sfruttamento balneare, non solo per il consumo del suolo, ma anche per l’inquinamento luminoso che confonde le giovani tartarughe nella corsa verso il mare
  • la plastica, in particolare sacchetti e pezzi di plastica trasparenti vengono confusi per meduse o plancton, intasando le vie aeree delle malcapitate

Moltissimi centri di recupero, in collaborazione con volontari e appassionati, si prodigano ogni anno per salvaguardare le tartarughe, attraverso la divulgazione e il coinvolgimento di turisti e cittadini nella conservazione di queste specie.

Molteplici sono anche le iniziative nate per la salvaguardia di queste specie, come quella istituita da Greenpeace.

Ognuno di noi può compiere una piccola azione per conservare le forme di vita marine, e se ci capita di incontrare una tartaruga spiaggiata o in mare, potremo contattare la Capitaneria di Porto o il centro di recupero più vicino, per fare la segnalazione.

Normalmente i subacquei pensano che l’incontro con le tartarughe marine possa avvenire solo in mete subacquee tropicali ma incrociarle nel Mediterraneo è più frequente di quello che si pensa. Ad Ustica, ad esempio, almeno un paio di volte a stagione abbiamo la fortuna di imbatterci in esemplari che nuotano placidamente. Forse per loro l’incontro con i subacquei non sarà così esaltante come lo è per noi, ma spesso si fanno avvicinare e fotografare, così come è successo a noi qualche anno fa proprio a Punta Galera, uno dei nostri siti di immersione preferiti.

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